Fare una diagnosi prima della terapia: perché non sempre è possibile

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fare diagnosi prima della terapiaInizio col fare una premessa che aiuta a capire perché fare una diagnosi prima della terapia non è sempre possibile. Uno degli atti più nobili di un medico è formulare una diagnosi ed elaborare un piano di cura.

Elemento fondante della diagnosi è la visita del paziente, che consiste:

  • nella raccolta dell’anamnesi;
  • nello svolgimento dell’esame obiettivo;
  • nella valutazione di esami complementari (radiografie, esami ecc.).

Questo non sempre è possibile con i pazienti affetti da bisogni speciali. Alcuni pazienti disabili, con disturbi dello spettro autistico, con la sindrome di Asperger o con malattie neurologiche oppure pazienti con morbo di Alzheimer o bambini molto piccoli non collaboranti, non permettono di farsi visitare e tantomeno accettano di sottoporsi alle radiografie.
L’unica fonte di informazioni per fare una diagnosi prima della terapia sono le persone che si prendono cura di loro, ma spesso anche loro hanno difficoltà a comprendere la sintomatologia di cui soffrono.

La soluzione per curare i denti ai pazienti con bisogni speciali

Nel caso di pazienti non collaboranti un’opzione terapeutica è rappresentata dall’anestesia generale o dalla sedazione profonda per via endovenosa, eventualmente anche solo per estrarre dei denti da latte.
Tutto questo potrebbe sembrare sproporzionato, però a volte è l’unico modo per intervenire per curare infezioni, ascessi ricorrenti, fistole e assunzione continua di antibiotici.

In tutti questi casi, in presenza di soggetti cosiddetti “fragili”, il dentista “special care” si trova a operare in uno scenario al limite dei confini della deontologia medica. Il suo dovere è condividere in modo consapevole e informato le strategie terapeutiche più efficaci, appropriate e proporzionate, che deve mettere in atto, con il rappresentante legale di tali pazienti (artt. 16 e 32 del Codice di Deontologia Medica, 2014).

Faccio un esempio che aiuti a capire meglio. Una volta mi è capitato di operare una paziente di 91 anni affetta di morbo di Alzheimer e di essere stato costretto ad estrarre 18 denti distrutti, gravemente compromessi e non recuperabili ma l’ho potuto comunicare ai figli solo alla fine dell’intervento chirurgico.

Questo perché un bravo dentista deve procedere tempestivamente alle cure ritenute indispensabili e indifferibili con il solo scopo di perseguire il miglior interesse del paziente, anche in assenza di dichiarazione anticipata di trattamento. Deve comunque mettere in primo piano la sicurezza del paziente e l’adesione alle buone pratiche cliniche, secondo gli artt. 14 e 38 del Codice di Deontologia Medica (2014) ma in certi casi ha un tempo così breve che deve agire con prontezza.

Fare una diagnosi prima della terapia, quindi, non è sempre possibile ma spetta al dentista operare nel pieno rispetto del suo esercizio medico, mettendo in primo piano il dovere deontologico  e allo stesso tempo il rispetto per il paziente.